Postfazione 2007





Durante gli incontri dedicati al "Museo", tutti mi hanno visto prendere appunti e, a volte, usare il registratore. Nessuno si è stupito ma è possibile che i miei gesti abbiano influenzato la partecipazione dei presenti. Nessuno - durante tutti gli incontri seguiti al primo - ha mai chiesto di leggere i miei appunti. E' stato per motu proprio che ho consegnato la bozza del resoconto finale a tre del gruppo: volevo capire se almeno qualcuno aveva sentito le stesse cose che avevo sentito io. Luigi mi ha restituito il testo pochi giorni dopo dicendo che si ritrovava in quanto aveva letto. Era soddisfatto perché, ha detto, grazie alla forma scritta aveva potuto ripensare a varie questioni di cui avevamo parlato. - Hai cambiato idea? gli ho chiesto. E lui. No, non si tratta di questo. E' che grazie ai discorsi degli altri o al tempo che è passato m'è sembrato che certe cose avessero un significato più profondo rispetto a quando le avevo vissute. Il museo forse non dovrebbe essere l'operaio che racconta agli altri ma che ripensa... Un po' come abbiamo fatto noi durante i pranzi..
Pippo ha osservato che sì, il testo funzionava e corrispondeva alle cose di cui avevamo parlato. Ma che era solo una parte di un percorso che non avevamo concluso. In altre parole c'era l'inizio ma non la conclusione. Col passare del tempo si era convinto che quello del museo era stato un buon espediente per cominciare a riflettere. Infatti erano apparsi frammenti utili a scrivere una storia ma che non erano ancora una storia. "Una storia di che?" ho chiesto. Forse una storia di quegli anni, ha risposto lui: "un c'era una volta trenta e passa anni fa...". "Non so di nessun genitore, ha aggiunto - Pippo ha una figlia di 20 anni - che abbia cercato di raccontare una storia simile". Dopo aver parlato con Pippo ho pensato che lui voglia provare a scriverla.
Più complessa la posizione di Ugo, il terzo interlocutore, che ha detto come, dopo la lettura dell'elaborato, aveva finalmente capito chi avrebbe dovuto occuparsi del nostro museo. "Non gli operai, ha detto; per carità. Perché loro non possono sapere chi sono". L'idea di Ugo è che il compito del museo non debba toccare agli operai, alla gente della fabbrica, bensì agli scienziati; anzi, ai neuroscienziati. Ugo vede - ma dovrei dire sente, oppure pensa - la fabbrica come un organismo vivente. Un luogo caratterizzato da attività mutevoli, da regole mutevoli e da abitanti anch'essi mutevoli. La fabbrica è il vero "fatto"; il resto, la vita familiare di ognuno, figli, ferie, consumi, scuola son tutte cose che ricevono il loro segno economico, culturale e morale dalla fabbrica. Entrare al lavoro in una fabbrica significa immergersi nel "fatto", adeguarsi; sia pure mettendo a punto una propria linea di condotta, come limitare i danni, fatica, noia, rischi. Così per 35-40 anni, fino a quando all'operaio dicono che può restarsene a casa. Ma anche a casa, durante e dopo, tutto quello che l'operaio sa e fa viene da là dentro perché nella testa ha il metro della fabbrica; dalle parole al senso del tempo al valore delle cose. Ci sono le eccezioni, aggiunge, ma appunto sono eccezioni: gente che malgrado vada a lavorare in fabbrica, ha il tempo regolato dalla stalla, o dal campo, o dalla barca. Come Talin che quando faceva il secondo turno arrivava alla portineria dello stabilimento due ore prima per vendere 2 o 3 cassette di pescato. Gente che aveva aderito a un altro mestiere, a un'altra vita così che la fabbrica non era riuscita a plasmarli. "Prendi me invece, dice Ugo. E' la fabbrica che ha prodotto quello che sono; il mio sistema nervoso, la mia capacità d'adattamento alla realtà". La sua conclusione è che "a fare il museo degli operai non dovremmo essere noi che siamo dei caproni ma gli scienziati, i medici, i neurologi. Gli unici che possono dire chi siamo, qual'è la nostra malattia, quella che ci ha reso così".
Ugo è un lettore assiduo dei supplementi di divulgazione scientifica dei vari quotidiani, un appassionato di neuroscienze. Ha messo a punto l'idea della fabbrica come malattia e dell'operaio come di uno che per sopravvivere alla fabbrica e difendersi dalla malattia ha messo in campo difese d'ogni tipo che poi sono altre malattie sia pure di segno contrario. I partiti, i sindacati sono uno degli aspetti di questa difesa messa in campo dall'operaio e comunque anch'essi sono plasmati dalla fabbrica. A Ugo interessa di più l'uomo, le reazioni elementari alla fatica, al rumore, alla paura, alla miseria; è da quelle reazioni, dice, che è venuto fuori l'operaio.
- E la solidarietà, l'amicizia? ho chiesto.
- Sono solo i modi migliori per sopravvivere nel casino, ha risposto. Con la solidarietà e l'amicizia si vive meglio, con meno paura. E' una forma evoluta della vita...
Ugo non considera provocatoria la sua proposta di affidare ai neuroscienziati il compito di dar vita al nostro museo; comunque non teme l'accusa di scientismo - credo non sappia cosa sia. Aggiunge: "sarebbe finalmente un modo con cui la società prende atto di ciò che ha messo in piedi con sta storia dello sviluppo. Se invece, a parlare di noi, saremo noi verrà fuori la solita broda. Che potrà dire qualcosa a qualcuno ancora per qualche anno. Poi nessuno, nel mondo che verrà, capirà perché mai c'erano questi inferni di fabbriche e questa massa di derelitti che andavano su e giù tutti i giorni sacramentando di questo e di quello ma continuando a andare su e giù".
Ho rimesso mano agli appunti sul "museo" nella primavera del 2007 dopo che erano rimasti a languire in un cassetto. Spero che questa cronaca funzioni almeno come promemoria conviviale.

Post scriptum
Paolo aveva visto giusto. La Camera del lavoro non ha raccolto "archivi operai" né tramite il Sindacato pensionati né per conto proprio. In questi ultimi anni si è parlato spesso di "memoria". Molti però la giudicano un residuo ingombrante. Ad maiora.


Manlio Calegari

Il Museo degli
Operai



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Indice

Venerdì 23 gennaio
2004

Sabato 14 marzo
2004

Sabato 17 aprile
2004

Venerdì 14 maggio
2004

Venerdì 11 giugno
2004

Sabato 10 luglio
2004

Giovedì 26 agosto
2004

Sabato 9 ottobre
2004

Sabato 13 novembre
2004

Sabato 4 dicembre
2004

Sabato 18 dicembre
2004

Postfazione
2007


Frammenti di un
museo virtuale
L'album di Ezio Bartoli
Il taccuino di Pippo Bertino
La memoria di Gino Canepa



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